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Nuccio
IL GELATO
(Una storia vera)
A Voltago, il paese di mia madre e mio, lassù, in mezzo alle Dolomiti, quando ero
piccolo, d'inverno faceva freddo. Le case non avevano ancora i termosifoni.
I letti, almeno quelli, si scaldavano con la "monega" piena di
"bronze", infilata fra le lenzuola.
Non c'erano molte occasioni di "straviarsi", per cui anche quei riti serali
costituivano in interessante diversivo.
Certo d'inverno c'era la neve, così io e mio fratello andavamo a sciare con le
"lape" di legno sui pendii dei prati o con le "linzolete" lungo le
strade in discesa, prima che passasse lo stradino a inghiaiarle.
Ma mi rimane ancora indimenticabile la sottile poesia dei bucaneve che si affacciavano
dalle macchie di erba, quella vecchia, l'ultima dell'autunno precedente; i rigagnoli nuovi
che si formavano lungo le erte, giù fino a raggiungere e gonfiare il torrente Sarzana, il
quale avrebbe a sua volta nutrito il Cordevole, e poi il Piave e giù fino al mare, dalle
parti di Venezia.
E la mente viaggiava, lontano, sempre più lontano, fino a che il desiderio non si poteva
più contenere:
- Papà, perché non andiamo a Cabia?-
Mio padre era per l'appunto di Cabia, un minuscolo paesino in provincia di Arta Terme,
anche quello in mezzo alle montagne, ma a me sembrava un altro mondo: non più Agordino,
ma Cjarnie.
La Carnia con le sue leggende di streghe che la cuoca mi raccontava, non molto dissimili,
a dire il vero, da quelle delle "strie" del Cadore, ma tant'è, era lì e non
qui, e per andarci bisognava fare un viaggio in macchina.
Papà, naturalmente era sempre molto contento di tornare, almeno una volta l'anno, al suo
paese.
Il giorno fatidico caricava in macchina valigie, pacchetti, figli, moglie e cane e partiva
salutando gli sfortunati che rimanevano.
Il viaggio durava più o meno una giornata, con qualche sosta per rifocillarsi con i
panini, le frittatine e la gazzosa, e l'immancabile battuta di caccia, mia e di mio
fratello, per recuperare il cane che nel frattempo chissà dove era andato a infrattarsi.
L'arrivo verso sera era quasi magico, al tramonto.
I colori sembravano diversi, gli odori erano diversi, i rumori, il linguaggio ... tutto un
po' esotico.
Qualche difficoltà a prendere sonno per l'eccitazione che ancora non si smorza, ma alla
fine, più che l'onor potè Morfeo.
Alla mattina dopo le maledizioni a quel galletto che ha scelto proprio il davanzale della
nostra finestra per strombazzare la sua sveglia.
A metà mattina, dopo aver sistemato un po' le cose, papà pronunciava la fatidica frase:
- Forza che andiamo al bar di Gabele a prendere il gelato.-
La stradina centrale del paese viene riconosciuta: la porta di quella cantina dove eravamo
andati a rubare le mele; la scala di legno dalla quale ci si gettava nel fieno; il
cagnolino dell'anno scorso, che adesso è diventato più grande, e che forse è una
cagnolina perché è tutto un annusarsi col nostro, dietro, sotto la coda.
Davanti al bar di Gabele incontriamo un amichetto nostro compagno di giochi ed anche un
po' parente e mio padre lo invita a venire a prendere il gelato con noi.
Lui si schernisce un po' tirandosi su le bretelle e poi, con fare un po' vergognoso e
mangiandosi le esse risponde:
- A son i siors che mangin i gjelatos.-
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