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Nuccio

MORIR D'AMORE

In casa ci sono voci che parlano, ridono, tutto sembra normale, perché l'uomo ha dubbi? perché di quando in quando ha delle sensazioni che non vorrebbe avere? perché sente nello stomaco quell'ansia che si spande per tutto il corpo fino al cervello?
E come in passato dice a se stesso: come sei cretino, abbi fiducia, lasciati andare, vivi i momenti, cos'altro cerchi?
Ma non c'è niente da fare, quelle sensazioni non se ne vogliono andare.
Ed è quasi automaticamente, senza averlo deciso consciamente, che va verso la camera da letto di lei, gli piace vedere dove lei dorme, dove lei vive, sentirne l'odore, coglierne l'atmosfera; apre piano la porta e si affaccia. E' buio, anzi penombra, perché entra un po' di luce dal corridoio, e a quella tenue luce vede una sagoma nel letto. Il tempo sembra rallentato, o accelerato, non capisce, ma quella sagoma c'è, ora che gli occhi si sono un po' abituati la vede meglio, si muove, si alza quasi a sedere sul letto, ha percepito una presenza estranea, o forse è solo la luce dovuta alla porta aperta.
Gli sembra un uomo, un ragazzo, giovane.
La reazione è pronta, arretra velocemente, silenziosamente, tirando a sé la porta, accostandola senza far rumore, tutto si è svolto nel più completo silenzio, se si eccettuano i rumori di fondo della casa, le voci che parlano, che ridono.
L'uomo immagina che l'altro, ancora mezzo addormentato, si sia rimesso giù tranquillo, solo vagamente chiedendosi cosa fosse successo.
Non ha neanche voglia, o forse non gli viene proprio neanche in mente, di salutare o di continuare a stare lì.
Non è la prima volta che succede, ma egli l'ama così tanto che ogni volta è stato disposto a ricominciare, ma questa volta fa male, più delle altre volte, o forse sembra così perché è l'ultima, la più vicina.
Ripercorre il corridoio, esce, scende le scale, silenziosamente, avvolto nel cappotto nuovo, appena comprato assieme a lei.
Davanti alla casa c'è una piazzetta, quasi un campiello, tagliato a metà da un colonnato sostenuto da un muretto basso.
Vi si appoggia contro, si lascia scivolare a terra, si avvolge nel cappotto, un po' per il freddo, un po' istintivamente, quasi a crearsi una cuccia, alla ricerca di un conforto del quale sente estremo bisogno.
Non riesce più a piangere, ha già pianto molto.
Sta solo lì, avvolto dentro al cappotto, anche la faccia, non gli serve vedere, perché ha davanti agli occhi solo quell'immagine che si solleva dal letto.
Il tempo passa, ma non per lui, per lui il tempo è fisso lì su quel fermo immagine, mentre dietro quello schermo fermo passano ricordi, alcuni stupendi, altri tristi da morire, ma le altre volte non era riuscito a morire, dopo un po' la vita lo riprendeva per mano, piano, quasi senza che lui se ne accorgesse, e sempre piano lo riaccompagnava per le strade, per i negozi, in ufficio, dagli amici.
Questa volta però la vita non ce la fa a sollevarlo, forse perché nel frattempo è ingrassato troppo, o forse perché un corpo completamente inerte è difficile da sollevare.
Anche se a lui non sembra, o forse proprio non gliene frega niente, non ci pensa proprio, ma il tempo passa, come sempre, un fatto così non può certo far fermare il tempo, anche lui (il tempo) se ne frega di queste cose.
Passa il giorno (è domenica, anche se non è rilevante), arriva la sera, la notte.
Non passa molta gente per quella piazzetta, non è un luogo di grande transito, e in ogni caso, chi può interessarsi ad un fagotto di vestiti per terra accostato al muro? Ormai ci abbiamo fatto l'abitudine a vedere barboni che dormono dietro i muretti. A nessuno viene in mente di andare a vedere se un barbone sta male o se ha bisogno di qualcosa, anzi, si cerca di scantonare il più possibile.

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Alla mattina dopo lei esce di casa un po' frettolosamente, come al solito, si alza sempre all'ultimo momento, così deve andare in fretta a prendere la macchina sotto il portico per andare al lavoro.
Ieri sera si era chiesta dove fosse scomparso lui, era venuto a trovarla e poi non l'aveva più visto.
Ma il pensiero era di ieri sera, dopo non ci aveva più pensato, la vita va avanti.
Lei è così.
Passa il muretto cercando dentro la borsetta contemporaneamente le chiavi, le sigarette, l'accendino, ma la fretta è sempre una cattiva compagnia.
La coda dell'occhio intravede quei vestiti a terra. Il primo momento non le suggerisce niente, ma l'attimo successivo già entrano in funzione quei meccanismi inconsci che l'essere umano ha e... ma quella stoffa io la conosco, lo conosco quel cappotto, lo conosco sì, l'abbiamo comprato insieme pochi giorni fa.
Si avvicina, adesso ne è proprio sicura, lo chiama, lo tocca , gli scopre il viso, è disteso, come da tempo non lo vedeva, sembra che la stia guardando come sempre, con ammirazione, con adorazione, diceva lei, a volte anche eccessiva, da dar fastidio. Adesso non le dà più fastidio, adesso in un attimo ha capito più di quanto non avesse mai capito in tutti gli anni in cui si erano frequentati, e, come spesso accade, un po' tardi, anche se ora sa che quell'ammirazione, quell'interesse, ciò che legge in quegli occhi la seguiranno per sempre, anche se non potrà averli mai più.
Adesso sì che capisce che cosa intendeva quando le diceva: ti amo da morire.

 

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coordinato da Dario Marini

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